Un animaletto domestico, docile, obbediente. Il suo sorriso si intravede dall’alto di un paio di jeans a vita bassa, oppure dal basso di una gonna spiritosa. Quando esce al guinzaglio della sua padroncina tutti l’ammirano per quello che è. Una meraviglia della natura, i due emisferi delle vecchie carte geografiche della scuola della nostra infanzia, due mondi che si abbracciano e si strofinano. Come la luna è la nostra compagna nelle notti insonni d’estate, così queste lune gemelle sono il pianeta attorno al quale noi satelliti mortali sognamo di appartenere, ogni volta che le vediamo discendere e risalire, ora una, ora l’altra, che giocano con la nostra fantasia e il nostro desiderio. Ma ci dobbiamo accontentare di ruotargli attorno, anche per l’eternità. Una torta alla panna, che ci ondeggia davanti agli occhi e che un paio di tacchi a spillo strappa via dal nostro respiro mozzato.
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domenica 6 novembre 2016

Mercedes 3 - Il culo di Palencia


Iniziai piano piano a carezzarle l’avambraccio. Non so perché, ma molte donne trovano eccitante essere accarezzate in quella parte del corpo. Dopo una decina di minuti lei si girò ed iniziò a baciarmi sul torace. Inutile dire che dopo qualche minuto il mio amico iniziava a bussare per uscire dal costume.
Lei si girò un attimo per controllare la mia situazione inguinale. Poi si girò verso di me e mi fece un largo sorriso. C’era poco ancora da aggiungere.
Riprendemmo la nostra roba. Mercedes alloggiava nell’albergo, ma aveva un’appartamentino in zona, di un’amica, del quale aveva la chiave.
Facemmo appena in tempo a chiuderci la porta alle spalle eci gettammo sul letto, liberandoci di tutto quello che non serviva. Lei prese a giocare e a dialogare in maniera intensa con il mio amico, facendomi salire l’eccitazione in modo fantastico.
Poche volte mi è capitato di vedere una donna che ansima mentre è alle prese con una fellatio. Ma a lei quell’attività piaceva in modo incredibile. E dai e dai alla fine mi ha fatto venire, con un’esplosione che lei ha gradito molto e che le ha provocato anche un forte orgasmo.
Un paio di minuti di relax e le ho chiesto di girarsi. Che spettacolo amici miei! Un culo bellissimo, non piccolo ma rotondo ed estremamente tonico, come piacciono a me.
Dopo averla messa in ginocchio davanti a me ho preso a baciarle quella meraviglia. L’odore dell’acqua salata si mischiava a quello degli umori femminili, rianimando ben presto il mio amico che si preparava al secondo round.
Calma, voglio godermi questo momento, pensai. Le dissi che volevo farle qualche foto al sedere, e che mi sarebbe piaciuto che sii vestisse in maniera provocante.
Lei non se lo fece dire due volte e si andò a mettere un completino bianco, con tanto di autoreggenti e tacchi. Mamma mia, amici miei, che spettacolo.
Le ho fatto qualche foto. Poi ho lentamente iniziato a spogliarla lentamente. Lei avrebbe voluto ricominciare a giocare con il mio basso ventre, ma io l’ho messa sopra di me, con il suo fantastico culo davanti ai miei occhi. Vedere quel gioiello che danzava sopra al mio amico è stata un’esperienza fantastica. Incorniciata da un orgasmo all’unisono, di magnitudo sette punto otto.
Che dire? Da quella vacanza tornai ben poco abbronzato. Ma molto soddisfatto.   

mercoledì 9 maggio 2012

Mercedes 2 - Il culo di Palencia


Le due gentili pulzelle, entrambi bionde e debitamente fornite di curve come da tradizione teutonica si chiamavano Rosie e Jutta, entrambi di Colonia. Nonostante le apparenze, non erano esattamente di primo pelo, erano infatti entrambi separate con un figlio e raccontavano che abitualmente facevano una settimana in Grecia ed una in Spagna. Ma che preferivano la Spagna.
Mentre ascoltavo le chiacchiere delle due tedesche, la mia attenzione venne attratta da una ragazza mora, evidentemente non tedesca, che serviva ai tavoli. Non molto alta, diciamo sul metro e sessanta, capelli molto lunghi e scuri e un seno non molto grande. Un sorriso fantastico e, cosa che non fece altro che distrarmi tutta la serata, uno stupendo mappamondo, medio-grande, incorniciato da un piccolo perizoma, ben visibile sotto i pantaloni elasticizzati.
Lei dopo qualche minuto, accortasi che la stavo guardando, iniziò a ricambiare gli sguardi. Dapprima senza sorridere e alla fine della serata con qualche timido accenno di gradimento. La piacevole serata finì senza scossoni, ci demmo appuntamento con le due tedesche per il pomeriggio al mare.
La mattina dopo, verso le nove e mezza, scesi in spiaggia da solo. A quell’ora Luigi dormiva ancora profondamente. Stesi il mio asciugamano e tirai fuori il mio libro. In spiaggia solo qualche maratoneta da spiaggia, bambini e molti anziani con le camicie a fiori. Insomma, niente di interessante. Invece, dopo neanche dieci minuti, un’ombra si piazzò tra il sole e il mio libro e non potei fare a meno di alzare lo sguardo. Era lei, la cameriera dell’hotel, che mi sorrideva come non mai. E in costume, devo dire, contribuì non poco ad aumentare il mio livello ormonale.
Stese il suo asciugamano vicino al mio. Avevamo qualche difficoltà a comunicare, lei conosceva solo lo spagnolo, qualche parola di italiano e basta. Io un po’ di inglese. Dovevamo trovare un modo di comunicare un po’ più immediato. Lei poi aveva una voce profonda e quell’accento molto sensuale tipico delle spagnole. Gli feci capire che avevo caldo e volevo fare un bagno.
Lei approvò la mia idea mi fece capire che l’acqua era sporca in quel posto e che se avessi voluto mi avrebbe portato in un posto lì vicino dove il mare era più pulito. Ci incamminammo a piedi e a mano a mano riuscimmo ad intrecciare qualcosa di simile ad un discorso. Lei si chiamava Mercedes ed era di Palencia, una piccola città di provincia della Spagna. Lavorava l’estate sulla costa per arrotondare il suo lavoro di commessa. Aveva ventotto anni ed era una ragazza madre. Per un mese l’anno doveva lavorare sulla costa lontano dal figlio di cinque anni. Non male per due persone che si capiscono a malapena.
Arrivammo in una piccola spiaggia, abbastanza isolata, dove c’erano solo poche coppie. Ci immergemmo immediatamente in quell’acqua color smeraldo. Era salatissima e gli occhi mi bruciavano un bel po’.
Iniziai a schizzarla un po’ e lei iniziò a divertirsi molto. Poi iniziai a sfiorarla e ad accarezzarla. Lei non si ritraeva. Anzi. Dopo una mezz’ora, esausti, ci sdraiammo sul bagnasciuga, a farci cullare dalle onde.

2 - Continua
 

mercoledì 2 maggio 2012

Mercedes 1 - Il culo di Palencia


Non mi capita spesso di partire per le vacanze e andar fuori dall’Italia. Ma l’anno scorso mi sono lasciato convincere dal mio vecchio amico Luigi a tornare in un posto nel quale avevamo fatto belle scorribande, qualche anno fa diciamo.
Così facciamo i bagagli e partiamo. Direzione Costa Brava.
Certo, a venticinque anni siamo partiti con la mia Uno grigia, tutta scassata, e abbiamo fatto diciassette ore di guida per arrivare a Calella.
Ora non abbiamo né il fisico né la voglia di fare ancora una cosa del genere. Per cui, aereo e in poco più di un’ora siamo a Barcellona. Vuoi mettere?
Il periodo è propizio e stabiliamo una tabella di marcia tranquilla. In fondo dobbiamo soprattutto riposarci. Per cui, la mattina al mare e la sera una capatina in qualche locale.
Ci sistemiamo al mitico Kaktus Playa, frequentato da tantissimi tedeschi e tantissime ragazze tedesche. Così, nel caso ci fosse venuta la voglia, qualche tenero culetto teutonico non sarebbe mancato alla nostra vacanza.
D’altronde, conoscevo la formula vacanze di molte donne tedesche e credo che, nonostante gli anni passati, certe tradizioni non si smentiscono. Infatti, la formula vacanza prevede una bella settimana al mare tutto compreso.
E difficilmente una ragazza tedesca sola se ne va a casa senza la tacca, cioè l’avventura con qualcuno conosciuto in loco.
Inutile dire che sia io che Luigi, dopo un giorno di relax, a forza di vedere tutto quel ben di dio che girava, facevamo una fatica del demonio a tenere a freno i nostri sani ormoni. Così una sera, mentre sorseggiavamo qualche cosa nei pressi della piscina dell’hotel, due sode ragazze tedesche, senza troppi problemi evidentemente, si avvicinarono al nostro tavolo e iniziarono a chiacchierare con noi.

1 - Continua

giovedì 19 aprile 2012

Teresa 4 - La mia consuocera


Finito con molta soddisfazione il mio personalissimo servizio fotografico, decisi di passare all’azione, prima che il sangue assorbito dal mio amico mi riducesse ad un cencio bianco e slavato.
Mi sdraiai sul letto con la mia piramide in evidenza e Teresa sembrava non aspettasse altro. Si mise di spalle, in piedi, e piano piano piegò le sue gambe fino a penetrarsi da sola e poi si appoggiò con le mani all’indietro, fino a trovare la posizione più comoda ed iniziò a stantuffare.
Prima lentamente, assaporando con la lingua come se stesse mangiando un dolce alla cioccolata. A mano a mano iniziò a spingere sempre più a fondo e ad andare più veloce, accompagnando ogni colpo con un piccolo gridolino da adolescente, veramente eccitante.
Io nel frattempo mi gustavo lo spettacolo di quel fantastico culo alla Michela Roth, saltellante e vivo. Non durò molto la mia signora attempata. Venne dopo pochi minuti e sentii la sua micia succhiare la testa del mio amico come non mai, come una trentenne al massimo della potenza ormonale, accompagnata da un battito come un martello pneumatico e un sospiro pesante. Mi disse che non voleva farsi sentire dai ragazzi, che dormivano nella camera a fianco. Cuore di mamma non si smentisce mai!
Io invece non ero ancora venuto e decisi di assaporare quel mappamondo a dovere. La presi dolcemente e la misi in ginocchio piegata in avanti. Iniziai a leccare il centro del mappamondo, sia la micia che l’accesso di emergenza (detto in questo modo da un mio amico che provvedeva ad adoperarlo solo nel caso in cui l’accesso principale fosse ostruito dal ciclo mensile), entrambi disponibili.
Lei grondava di umori e non ebbi difficoltà a dargli una bella ripassata per l’accesso principale, facendole stringere nei pugni le lenzuola fino a farle volare. Poi le chiesi se le sarebbe piaciuto essere penetrata anche dietro. Lei mi disse che era qualche anno che non le capitava ma aveva un buon ricordo delle esperienze avute e avrebbe gradito.
Dietro suo consiglio, presi l’olio per il corpo che usava lei e lubrificai sia l’accesso di emergenza che il mio amico e pianissimo iniziai l’opera di esplorazione e penetrazione. Era strettissimo, come la vagina di una vergine e lei aveva un po’ paura e si sentiva. Dopo mezza bottiglia di olio e un bel po’ di tentativi, riuscii a penetrarla a fondo, riuscendo a strapparle ripetutamente delle urla di gioia, nonostante i ragazzi in ascolto. Poi lei si piazzò nuovamente sul mio amico, usando il nuovo accesso e continuando a stantuffare a dovere. Devo dire che una donna così tranquilla, rilassata e disinibita non l’avevo mai incontrata e seguirono grandi nottate di sesso tra di noi, i mesi successivi. Fantastiche, direi!

4 - Fine
 

lunedì 16 aprile 2012

Teresa 3 - La mia consuocera

Non ci fu bisogno di parole, di sguardi, di ammiccamenti. Quello che bolliva nella pentola esplose con la passione e l’intensità giusta. 
Io rimasi attaccato con le spelle alla porta, mentre Teresa incollo’ la bocca alla mia, infilandomi la lingua fino alle tonsille. Una lingua lunghissima, veramente mai provata prima. Poi iniziò a baciarmi i lobi degli orecchi e a sbottonarmi la camicia, facendomi la cosa preliminare che mi piace di più, leccarmi i capezzoli.
Non riuscivo a muovermi dalla porta. Lei aveva in mano il pallino della partita e continuò a giocare sempre lei, fino a togliermi tutto e ad iniziare una superba fellatio, che durò penso almeno una mezz’ora. Se penso al paradiso, dovrebbe essere una cosa come la mia sensazione durante quella mezz’ora di passione di Teresa verso il mio amico.
Era veramente incredibile, usava qualsiasi cosa, una volta la lingua, una volta i denti, rigando tutta la lunghezza dell’arnese, una volta solo le labbra, una volta perfino la gola e poi il seno, affogando il mio povero attrezzo riproduttivo nella strepitosa perfezione del suo balcone.
Non voglio annoiarvi con la descrizione di quella mezz’ora, ma la cosa incredibile è che ero eccitato come un lupo in calore alla vista della prima femmina dopo anni e anni e nonostante ciò non avevo la minima sensazione di stare per arrivare all’orgasmo. Sentivo un membro assolutamente di marmo, un cuore che batteva all’impazzata e che pompava sangue verso il mio amico ormai del tutto impazzito.
Quando lei, da vera esperta della materia, si rese conto di essere arrivata al limite oltre il quale probabilmente avrei provveduto in pochi minuti ad imbiancare le pareti della camera senza alcun bisogno di vernice e pennello, si ritrasse improvvisamente. Si alzò in piedi ed iniziò a spogliarsi. E fu lì che vidi quello di cui avevo bisogno in quel momento. Dopo un sensualissimo togliersi ogni abito, rimase con un completino nero, con un perizoma che lasciava intravedere la sfacciata perfezione del mappamondo di Teresa, un culo ben tenuto da anni di palestra che nonostante i cinquant’anni suonati sfidava sfrontatamente con ottimi risultati la forza di gravità.
Riavutomi dall’ebbrezza di tutta quella passione e dai gemiti di soddisfazione di Teresa, la mia Sharon Stone personale, decisi di immortalare quei momenti con la mia macchina fotografica. Lei, assolutamente smaliziata, non si ritrasse né sembrò disturbata dalla mia iniziativa. Anzi, trovò delle pose assolutamente perfette, sia per luce che per sensualità.

3 - Continua

giovedì 12 aprile 2012

Teresa 2 - La mia consuocera

Fino a che Matteo e Roberta organizzarono un bel weekend in montagna. Fino a qui niente da dire. Una coppia di giovani piena di sana passione ed ormoni in fermento necessita di spazio e tempo per stare da sola e sfogarsi.
Invece Matteo e Roberta fecero il diavolo a quattro per riuscire a coinvolgere anche me e Teresa. Come se non vedessero l’ora che anche noi ci mettessimo assieme.
Ne parlammo anche, io e Teresa. Ma che i sono messi in testa questi ragazzi? Ci vogliono far sposare, disse Teresa ridendo.
Al che io le risposi che si, effettivamente mi sarei anche risposato, ma non con lei. Dopo un lunghissimo attimo di gelo, scoppiammo entrambi a ridere. Era impossibile costruire un rapporto serio tra noi due. Troppo smaliziati e troppo complici per concentrarci sull’attrazione fisica, che devo dire, Teresa esercitava su di me in maniera poderosa.
Fu tutto inutile, ovviamente. Teresa non seppe resistere a sua figlia e convinse anche me, che certo non avrei voluto fare l’orso davanti a mio figlio, che effettivamente ci teneva tanto.
Un venerdì così partimmo per un bell’agriturismo sull’Appennino, per passare qualche giorno in campagna a contatto con la natura e la buona tavola.
Già in macchina io e Teresa eravamo stati messi in mezzo dai due rampolli, che evidentemente avevano organizzato veramente tutto. Ci portarono prima a fare un giro in paese in cerca di souvenir e prodotti tipici, mentre in realtà ci avevano organizzato una cena in un ristorantino.
Ci sedemmo su due tavoli distinti, leggermente distanziati, debitamente accoppiati. Il menu era a sorpresa e non avevamo possibilità di scegliere nulla che i due piccoli farabutti non avessero già scelto.
Il menu prevedeva uno spettacolare risotto ai funghi porcini, una porzione di capriolo alla valdostana e una torta di ricotta. Il tutto debitamente innaffiato con uno strepitoso vino rosso locale.
Una cena strepitosa, che sia io che Teresa, piuttosto attenti alla linea non avremmo mai, e dico mai, ordinato. Ma se qualcuno ti obbliga, uno si sacrifica, anche volentieri.
Come sempre, una buona cena, con la persona giusta, crea il clima giusto per un ottimo dopocena.
Anche Matteo e Roberta, che invece avevano cenato piuttosto leggeri (furbetti), appena si accorsero che noi eravamo in conversazione piuttosto amichevole e intima, chiesero il conto e ci portarono i soprabiti.
Salimmo in macchina e cambiammo i posti. Noi due dietro e loro due davanti. Ormai i freni stavano cedendo e la passione cominciava a fare capolino, tra le nostre mani che si cercavano.
Arrivammo all’agriturismo e prendemmo possesso delle camere. Due matrimoniali. Se non fossimo stati già così caldi e affiatati, indubbiamente avremmo avuto qualche ritrosia ad entrare in quella camera assieme. Invece ci sembrò assolutamente naturale prendere la chiave e chiudere la porta alle nostre spalle restando soli in quella stanza. E il piano di Matteo e Roberta aveva funzionato veramente alla perfezione.

2 - Continua

giovedì 5 aprile 2012

Teresa 1 - La mia consuocera

Teresa. Che ricordi che mi suscita questo nome. Non che sia passato tanto tempo, diciamo un paio d’anni. Però al nome Teresa mi tornano in mente i più bei momenti e le più belle sensazioni che mi abbia suscitato una donna negli ultimi anni.
Gli uomini e le donne si sposano e si riproducono. I figli crescono e quando diventano grandi, i loro genitori spesso non trovano più motivo per rimanere assieme e si separano. E allora, liberi dal giogo matrimoniale, possono succedere tante cose.
E’ quello che è successo sia a me che a Teresa. Io mi sono separato, sono andato a vivere da solo e i miei figli, un maschio e una femmina, sono cresciuti e si sono fidanzati. E poi tra una cosa ed un'altra ho conosciuto quella che in una situazione regolare, con i figli sposati, sarebbe stata la mia consuocera. Teresa, appunto.
Lei è la mamma di Roberta, la fidanzata di mio figlio Matteo. L’ho conosciuta quasi per caso, un giorno che parlavo al telefono per strada e mio figlio, che aveva in macchina madre e figlia mi ha intravisto e ha approfittato per farmela conoscere.

-          Ciao papà! Che fai qui? Guarda che ti voglio presentare una persona!
-          Scusa Luigi, ti richiamo dopo – appena visto Matteo ho riattaccato e ho teso la mano verso quella splendida creatura
-          Papà, ti presento Teresa, la mamma di Roberta. Questo è mio padre, Marco – Matteo fa le presentazioni per bene, come da manuale
-          Matteo! Ma non mi avevi detto di avere un papà così affascinante. Suo figlio è un ragazzo d’oro e sono felicissima di conoscerla – mi fa lei, senza neanche lasciarmi il tempo di parlare.
-          Piacere mio Teresa. Come sta?
-          Splendidamente Marco. Ma iniziamo a darci del tu. Mica è una prerogativa dei ragazzi il darsi del tu. Non credi?

E come dirle di no? Anzi, darsi del tu con lei fu veramente semplice. Così dopo quella volta, iniziò a capitare spesso che Matteo e Roberta riuscissero a combinare spesso incontri a quattro, dove io ovviamente facevo coppia con Teresa. E quando i ragazzi chiedevano giustamente il loro spazio per stare da soli, restavamo da soli anche io e lei. E, dopo qualche imbarazzo iniziale, mi trovavo piuttosto bene. Lei aveva la mia età, era cresciuta negli anni 70, ascoltando gruppi come gli Yes e i Genesis. Sposata giovane, si era separata anche piuttosto giovane, quando Roberta aveva poco più di quindici anni. Ora era una splendida cinquantenne, con i capelli un po’ ribelli, un fisico da ragazzina, come Sharon Stone. E un sorriso fantastico.

1- Continua

lunedì 2 aprile 2012

Chiara 3 - L'amica di mia figlia

Mentre mi baciava ondeggiava con tutto il corpo, in preda ad ondate di eccitazione. Erano anni che non vedevo una donna eccitata in quel modo. In effetti a vent’anni la passione brucia nel vero senso della parola.
Mi infilò una mano dei pantaloncini, dove il mio amico sembrò dire “finalmente qualcuno pensa anche a me” ed incominciò a mastrurbarmi lentamente, mentre aveva preso a baciarmi dietro le orecchie.
A quel punto mi alzai in piedi e questo gesto fece cadere i pantaloncini per terra, lasciando il mio membro all’altezza della faccia di Chiara, che approfittò della situazione.
Gemeva di passione mentre provvedeva al mio amico, come una bambina alle prese con il suo gelato preferito. Decisi di darle un po’ di soddisfazione.
La portai davanti alla finestra e le chiesi se potevo farle delle foto, specialmente al suo fantastico culo. Lei sorrise soddisfatta, avendo ben capito da tempo quale era la parte del suo corpo che preferivo. Lei si spogliò e rimase in tanga e reggiseno, mettendo in mostra un culo semplicemente perfetto, un mappamodo spaccato a metà, sorretto da due cosce muscolose e perfette. Ero eccitato da impazzire e non la feci aspettare molto.
La feci sdraiare a gambe larghe sul letto ed iniziai a baciarle la schiena, poi a scendere, fino in mezzo al mappamondo e al buchetto posteriore, leccando dolcemente e stimolandola con un ditino.
Lei pretendeva la penetrazione, non ce la faceva più, aveva dei tremori inusitati ogni volta che avvicinavo il dito alla sua micetta.
Decisi quindi di soddisfarla. Le presi il bacino e la misi in ginocchio davanti a me. Iniziai a penetrarla. Come ogni giovane donna non ancora diventata mamma la sua vagina era molto stretta, seppur elastica e dovetti procedere lentamente, cercando di lubrificarla il più possibile. Alla fine le diedi un colpo fino in fondo e lei emise un urlo strozzato e abbassò la testa fino ad immergerla nel cuscino.
Io le presi le spalle e la rialzai, mettendole la mano destra sul davanti, prima sul seno e poi a scendere, dandole ogni tanto un colpetto per non farle scendere l’eccitazione.
Dopo poco, accecato dall’eccitazione, le presi i capelli e me li girai attorno al polso, a mo’ di briglia e glieli tirai. Lei mi disse “scopami, ora! Non ce la faccio più, per favore!”
Fu come dare fuoco alle polveri. Iniziai a pompare e a tirarla per i capelli e lei urlava sempre più forte,  fino ad esplodere in un urlo straziante, accompagnato da un tremore irrefrenabile e da una pioggia di umori tale da inzuppare tutto il letto.
Per la miseria! Non avevo mai visto un orgasmo così devastante!
Riposammo per qualche minuto e ci alzammo per un caffè ristoratore. Poi iniziammo nuovamente a baciarci e facemmo l’amore per tutto il giorno. Meno male che mia figlia era fuori per qualche giorno. Come glielo avremmo spiegato?

domenica 1 aprile 2012

Chiara 2 - L'amica di mia figlia

Così continuo a fare le mie cose al computer, guardando schermo e tastiera, sperando che lei desista dalle sue intenzioni. Suvvia, è poco più che una ragazzina e certe cose non si fanno.

-          Lo sai che stanotte ti ho sognato Marco?
-          Ah si – faccio io, facendo l’indifferente – deve essere stato un incubo, immagino. Hai mangiato pesante ieri sera?
-          Se sapessi… – mi fa lei, lasciando la frase a metà
-          Se sapessi cosa?
-          Se sapessi cosa facevi nel sogno – mi fa lei –facevi un sacco di cose.
-          Che cose?
-          Cose carine.
-          Mah – faccio io – non credo che io faccio cose carine, in genere faccio cose normali
-          Infatti, era un sogno, purtroppo tu fai solo cose normali.

Questa frase mi colpì. Perché purtroppo? Fermai la mia mano e mi girai lentamente verso di lei.

-          Perché purtroppo? – le ripetei la domanda fatta a me stesso
-          Non lo so – fa lei – io ti ho sempre visto come l’uomo che sa sempre quello che vuole, che si getta tra le fiamme, Valentina ha sempre detto che il suo uomo dovrà essere come te… insomma, a confronto con gli altri uomini che conosco tu sei un vero uomo e mi piacerebbe che…

Lei abbassò lo sguardo, ammutolita. Io, del tutto preso dal suo discorso, le misi la mano sotto il mento e le alzai il viso verso di me.

-          Vediamo un po’, che cosa ti piacerebbe che io facessi? – le feci io, con un tono paterno
-          Dovresti, diciamo essere un po’ più… insomma Marco, io sono cotta di te!

Silenzio. E ora che si fa? Non volevo ferire i suoi sentimenti. E così cercai di prendere tempo. Cominciai a carezzarla e a scherzare un po’ sulla cosa. Poi dopo un po’ di risate, mi feci serio.

-          Chiara, vedi, tra me e te c’è un abisso. Tu sei una ragazza giovane e bellissima, io un uomo attempato, che ormai comincia a guardare la vita facendo dei bilanci. Non si può iniziare una storia con questi presupposti! E poi che dici a Valentina?
-          A me non importa nulla che tu sia un uomo così grande. Io ti amo e basta. A me sono sempre piaciuti gli uomini più grandi. Fino all’anno scorso stavo con uno stronzo, che era anche sposato… poi mi ha detto che tra la moglie e me avrebbe preferito la moglie. E ora sono di nuovo sola
-          Vedi che succede? – le feci io, avendo un appiglio per tirarmi fuori dal pantano nel quale mi stavo cacciando – come fai ad innamorarti di un uomo più grande? Non c’è verso di andare avanti!
-          Ma tu non sei sposato – mi fa lei, sorridendo – e poi io non voglio stare con te per tutta la vita. Io poi mi accontenterei di poco.

Ecco, l’offerta era lì. Toccava a me andarla a vedere.

-          Cosa dovrei fare allora? Cosa è questa piccola cosa che vuoi?

Lei non mi lasciò finire la frase che si buttò sulle mie labbra, baciandomi con una passione inaudita. Poi iniziò a baciarmi sul torace e sui capezzoli.

2 - Continua

domenica 25 marzo 2012

Chiara 1 - L'amica di mia figlia


Non sono attratto normalmente dalle ventenni. Le ho sempre considerate acerbe, come dicono gli spagnoli, un po’ “verdi”. A vent’anni mi piacevano le “signore”, le donne sposate, diciamo. A trent’anni mi piacevano le coetanee e a quaranta pure. Ma evidentemente con l’età questa cosa può cambiare in modo imprevedibile.
Ora che ho una figlia grande che ha vent’anni, ho cominciato a guardare le ragazze di quell’età in maniera un po’ diversa. 
Chiara è una compagna di università di mia figlia Valentina. Una ragazza di un metro e settanta, fisicamente molto ben proporzionata (ho notato che ha anche un gran bel culo, ovviamente!), mora con la frangetta e i capelli di media lunghezza.
Sono molto amiche e escono spesso assieme e ogni tanto lei viene anche a pranzo da noi. Non è dato sapere se hanno ragazzi, fidanzati o simili. Diciamo che sono entrambi due belle ragazze sportive e in salute e come ogni bel fiore sbocciato sicuramente ci saranno svariati mosconi che le gireranno intorno.
Essendo io un genitore separato, vivo la mia vita sentimentale con serenità e Valentina ha accettato questa cosa da donna adulta e consapevole. Per questa cosa però non so come la prenderà se venisse a saperlo!
Tutto è iniziato un giorno d’inizio estate. Erano le nove e mezza di mattina e io ero appena uscito dalla doccia.

-          Ciao! Sono Chiara. Marco, mi fai salire che devo chiederti una cosa urgente?
-          Ciao Chiara, Sali, ti apro.

Mi finisco di asciugare velocemente e mi infilo un paio di pantaloncini. Vado ad aprire a torso nudo. Chiara è di casa, non  c’è problema.
Apro la porta e lei si presenta come sempre, con il suo bel vestitino corto, abbastanza poco coperta. Resto un po’ così, a guardarla senza dire niente.  Lei mi dà una rapida squadrata dalla testa ai piedi, con il suo bel sorriso da furbetta.
-          Posso entrare? – mi fa lei, indicando la porta – devo chiederti un consiglio per una cosa che devo preparare con il computer.
-          Ah sì sì – faccio io, riavendomi dalla sorpresa – vieni di là nello studio che vediamo subito.

Andiamo e accendo il computer. Lei si siede accanto a me e io inizio a lavorare. Dopo un po’ che parliamo mi accorgo che lei ha la gamba sinistra attaccata alla mia destra e la testa molto vicino alla mia spalla.
-          Ma che buon profumo usi, Marco. Non mi allontanerei mai da te! – mi fa lei, dopo aver inspirato profondamente il mio profumo di corpo fresco di bagno.
-          Ti piace? E’ il profumo che mi ha regalato Valentina per la festa del papà – le faccio io, orgoglioso.
-          Tu non lo sai, ma l’ho scelto io per te. Sapevo che ti sarebbe piaciuto. A me fa impazzire. Che buono – e così dicendo avvicina il naso al mio torace e dà un’altra annusata chiudendo gli occhi.

Io faccio finta di nulla. E’ come mia figlia, mi dico, è bellissima e molto sensuale ma ha solo vent’anni. Certo che posso parlare a me stesso quanto voglio e razionalmente mi posso convincere di qualsiasi cosa. Il problema è che la carne ed il mio amico, che comincia a bussare per uscire dai pantaloni, dicono altro.

1 - Continua

venerdì 23 marzo 2012

Diane 3 - Due assieme è meglio di uno

La serata si era fatta a mano a mano più piacevole per entrambi. Io cominciavo a farle complimenti sempre più audaci e lei sembrava gradire alquanto. Dopo l’ultimo bicchiere di borgogna lei ormai era cotta al punto giusto e decisi di provare l’affondo.
-          - Ho un regalo per te - le dissi
Lei ovviamente mi chiese di cosa si trattasse ma io la tenni sulle corde.
-         - E’ un regalo un po’ speciale, che vorrei darti in un posto diverso da questo – le dissi guardandomi in giro
-          -Veramente? Dai dimmi cosa è!
-          -Niente da fare – feci io duro – paghiamo e usciamo, poi vedrai di che si tratta.
E così ci incamminammo per i viali di Parigi, verso la metro. Ormai tra noi c’era un bel feeling e camminavamo mano nella mano.
Lei mi chiese di accompagnarla a casa. Veniva spesso da quelle parti lei e sapeva come affittare una casa a poco prezzo.
Salimmo al quarto piano e lei si fermò davanti la porta, appoggiandosi di schiena.
-          Vuoi entrare? – mi fece lei.
-          Direi di si – feci io – devo darti il regalo.
Entrammo e ci sedemmo sul divanetto vicino alla televisione. Lei si mise in attesa, sciogliendo e riannodando la lunga coda bionda con un sorriso abbastanza esplicito.
Io, con naturalezza, estrassi il pacchettino dal giaccone e glielo porsi.
Lei guardò il pacchetto, poi guardò me. Come per dire, chissà che mi credevo fosse questo regalo, e comunque era sempre meglio se mi mettevi subito le mani addosso.
Io con molta calma le spiegai il funzionamento di quel regalo. Lei avrebbe dovuto mettere in bocca il cioccolatino con scritto “elle” e io il cioccolatino con scritto “il”. Poi, senza ingoiare, avremmo dovuto baciarci. La combinazione dei due sapori sarebbe stata fantastica.
Lei fece un’altra bella risata fragorosa, sollevata. Si fa roba, finalmente, avrà pensato.
Prese delicatamente il suo cioccolatino e lo mise tutto in bocca, chiudendo gli occhi. Io misi in bocca rapidamente il mio e la tirai verso di me, baciandola avidamente.
Devo dire che quel diavolo di pasticcere era veramente un mago della cioccolata. La combinazione tra la cioccolata bianca contenuta nel suo ed il fondente contenuto nel mio fecero in modo che le nostre lingue cercassero avidamente di assaporare tutto quel ben di dio, restando a massaggiarsi per un bel po’ di minuti. Fino a che la mia mano si allungò sul suo tostissimo culo americano.
Iniziai a scendere sul collo e a sbottonarle la camicetta. Lei era eccitata in modo incredibile e scattava come un puma ad ogni bacio. Quando iniziai a leccarle l'aureola dei capezzoli lei mi tolse la faccia e mi spinse dall’altra parte del divano, avventandosi come una furia sui miei pantaloni.
Mi slacciò rapidamente tutto e iniziò a baciare il mio amico, ben contento di quelle attenzioni al gusto di cioccolata.
Dopo un po’ mi prese la mano e mi portò nella sua camera. Io mi sdraiai sul letto e lei iniziò a spogliarsi lentamente, fino a restare in perizoma. Iniziò a fare una danza lenta e sensuale davanti allo specchio, così decidetti di non farmi scappare l’occasione.
-          Posso farti una foto? – le chiesi, quasi supplicandola.
Lei alzò le spalle, come per dire fai pure. E le feci un po’ di foto.
Mi salì addosso e mi sdraiò, infilandosi rapidamente quanto doveva nel posto giusto. Fu una cavalcata memorabile, con la sua coda sballonzolante e il suo seno quasi immobile, legato nel sobbalzare al resto del corpo.
Venne dopo pochi secondi, con un orgasmo violento che le provocò forti tremori, fino quasi a farla piangere dal piacere. Che roba, ragazzi.
Approfittando del momento, la presi e la girai, mettendola in ginocchio davanti a me. Le presi con la destra la coda e con la sinistra le pizzicavo il culo, ritmicamente. Devo dire che tra yeah, oh my god, babe, mi sembrava di essere il protagonista di un porno e questo mi eccitava ancora di più.
Venimmo insieme e io, per non essere da meno del suo strepitoso orgasmo, mi lasciai andare a qualche bel gemito di gradimento.
Facemmo l’amore ancora per un paio d’ore intensamente, poi ci addormentammo entrambi, rilassati.
Il giorno dopo era sabato e nessuno lavorava. Enrico era in giro con la moglie che era venuto a trovarlo e io mi svegliai nel letto di Diane. Ma lei non c’era.
Mi alzai per cercarla. E lei invece era in cucina. Si era infilato un bel perizomino rosso e mi stava preparando una bella sostanziosa colazione stile english breakfast, con tanto di uova e pancetta. Le feci un’altra foto e apprezzai molto sia la colazione che ovviamente il resto del weekend.
Fu un un piacere lavorare quel mese a Parigi. Davvero davvero.

martedì 20 marzo 2012

Diane 2 - I cioccolatini

Sul lavoro era una tosta, Diane. Sempre concentrata, sempre tutto sotto controllo. Se c’è un problema da qualche parte, si fa in quattro per risolverlo. Poi è sempre lì a spronare tutti a concentrarsi e a lavorare bene. Insomma, una brava ragazza, ma anche una bella rompipalle!

-          Secondo me gli manca qualcosa – mi dice Enrico alla macchinetta del caffè.
-          Lo penso anche io – gli dico ammiccando.
-          Sai se questa ti prende? Ti gira e ti rigira come un calzino! – mi fa lui scoppiando a ridere.

Io invece non l’ascoltavo più. Avevo cominciato a pensare a questa cosa e, come sempre, la curiosità mi iniziava a divorare. Chissà cosa ti faceva lei se veramente ti avesse messo le mani addosso.
Enrico mi conosceva abbastanza bene e sapeva che poi alla fine io ci provavo sempre. Non sono mai stato uno che ci provava con tutte,  come sempre devo capire dall’altra parte se c’è terreno fertile. Non mi piacciono i due di picche né le perdite di tempo.
Come insegnano nelle scuole di pugilato, se l’avversario ha un punto debole, devi picchiare sempre lì. Per quanto sia forte, prima o poi cede.
Avevo notato che le piaceva la cioccolata. Non era molto, ma un piccolo punto debole. Una sera ho attraversato la città per andare in quella pasticceria artigianale dove facevano dei cioccolatini con una crema all’interno che solo a metterla sulla lingua avevi le allucinazioni di piacere. Me ne sono presi un bel po’ e me li sono portati.
Il giorno dopo, ne ho portati tre in ufficio. Tutti e tre seduti attorno al tavolo, mi sono rivolto verso di lei e gliene ho offerto subito uno.  Lei mi ha guardato, un po’ interdetta, forse pensando che per un bel po’ di giorni non l’ho assolutamente calcolata (almeno lei pensava questo), ma poi ha sguainato il suo più bel sorriso.

-          Thank you! – mi ha fatto prendendomi lentamente il cioccolato dalla mano e guardandomi negli occhi. E questo non è niente, tesoro, metti in bocca questa meraviglia e vediamo che succede.
-          Oh my god! – Diane chiuse gli occhi e assaporò per un paio di minuti, d’orologio, quello che aveva in bocca.

La cioccolata aveva un effetto fantastico su di lei. Io ed Enrico avevamo scoperto che dopo un cioccolatino, per un paio d’ore era assolutamente tranquilla e sorridente, affabile. Quando rompeva un po’, cioccolatino e via. L’unico problema è che consumava una bella quantità di cioccolata e io dovevo spesso andare dal mio fornitore a fare scorta e quindi attraversare tutta la città.
Ma ecco che forse questa poteva essere una bella occasione per portarmela un po’ a spasso per la città.
Detto fatto. Una mattina le proposi di accompagnarmi il pomeriggio a comprare i cioccolatini. Lei pareva non aspettasse altro. Mi sparò una raffica di ok, that’s great, wonderful… che Enrico se la rideva sotto i baffi.
Alle sei in punto uscimmo e prendemmo la metro. Lei indossava una minigonna piuttosto aderente con il solito tacco e stava facendo impazzire il mio ormone. Per guardarle il culo devo aspettare che si incamminasse davanti a me, un po’ poco.
Fuori dal lavoro era proprio un’altra cosa, Diane. Con quelle tre parole di italiano che si era imparata sapeva anche fare delle buone imitazioni. L’imitazione di Enrico mi fa letteralmente sbellicare. Così feci anche la sua imitazione di quando ha mangiato il primo cioccolatino e lei si fece una risata talmente contagiosa che metà del vagone della metro iniziò a ridere con lei. Stavamo andando alla grande!
Arrivammo dal mio spacciatore di cioccolata, che appena mi vide sfoderò un sorrisone. Ad avercene di clienti come te, sembrava dirmi tra i denti.
Dopo le presentazioni, dissi a lui, con un po’ di ammiccamenti, che lei era innamorata dei suoi cioccolatini e avrei voluto qualcosa di speciale per la serata. Lui capì al volo e sparì dietro al bancone. Dopo pochi minuti riapparve con una bella confezione dei nostri cioccolatini preferiti e una piccola confezione trasparente, con all’interno due cioccolatini, uno celestino con scritto “il” e uno rosa con scritto “elle”. Cosa è, un contraccettivo sotto forma di cioccolata, gli dissi scherzando.
Lui invece, con fare serio, mi spiegò il funzionamento di quella confezione.
E non ero sono andato molto lontano con l’immaginazione. La nascosi rapidamente e porsi a Diane un cioccolatino per distrarla.
La portai a cena e passammo una serata molto divertente, tra un’imitazione ed un’altra. Finalmente, Diane si aprì un po’ e mi raccontò un po’ di lei, che aveva ormai trent’anni e le sarebbe piaciuto mettere su famiglia. Ma visto il lavoro che faceva, un rapporto stabile non riesciva ad averlo e quindi avrebbe voluto cambiare lavoro. Le chiesi se era fidanzata e lei mi disse che ormai non lo era da tempo immemorabile, forse un paio d’anni. Anche io, le spiegai, avevo problemi analoghi ai suoi ed ero alla ricerca di una donna speciale. O che almeno, fosse appassionata di cioccolata.
A questa battuta lei, complice il borgogna, scoppiò nella sua risata che presto contagiò i tavoli vicini. Mi stavo innamorando?

2-Continua

domenica 18 marzo 2012

Diane 1 - La mia collega americana

Mi piace viaggiare per lavoro. Si viaggia in aereo, si alloggia nei migliori hotel e si incontra gente interessante. L’ultima volta che sono andato a Parigi è stato particolarmente divertente. Sapevo che stava partendo un progetto che avrebbe coinvolto diverse divisioni. Che detto in linguaggio meno aziendale, si trattava di girare per l’Europa e lavorare con tante persone di tanti paesi diversi. In più ci sarebbero state persone provenienti anche dalla sede principale, cioè New York.
La collega che avrebbe lavorato con me e con Enrico era Diane. Ricordo ancora il giorno che ci siamo conosciuti. Io stavo litigando con Enrico per come far uscire una serie di dati dal sistema e abbiamo sentito dei tacchi che si avvicinavano. Si è aperta la porta ed è entrata. Noi ci siamo alzati in piedi per salutarla. Aveva un’abbigliamento comodo, da viaggio. Felpa, jeans e un bel tacco dodici che non guasta. Un metro e settantacinque abbondanti, capelli biondi legati e un bel paio di occhi verdi, incorniciati da un sorriso a centoventidue denti e una pioggia di lentiggini.
 - Hi. Diane – fa lei, posando il bagaglio e allungando la mano verso di noi.
- Nice to meet you, Diane. I’m Marco and he is Enrico – le faccio io, stringendole la mano e guardandola fissa negli occhi.
 Enrico, molto più sciolto di me con l’inglese, attacca a parlare di lavoro e lei annuisce, mentre io le faccio cenno di accomodarsi. Lei mi fa segno di aver capito, ma poi alza la mano destra con due dita dritte.
 - Ok. Just a second. – fa lei. Aveva bisogno del bagno. Le indico la strada e lei rigrazia.
Poi si gira e si incammina. E finalmente capisco il motivo per cui si parla tanto di questa Diane.
La meraviglia che ondeggia davanti ai miei occhi allontanandosi spiega tutto e anche di più.
Diane ha un culo semplicemente fantastico. Piccolo e sodo, che sta su e ondeggia dolcemente cullato dai tacchi.  Ricorda quello di Charlize Theron. Io sono un appassionato e certe cose non le dimentico.
A parte tutto, penso che sarà dura concentrarsi solo sul lavoro, questo mese.

1-Continua
 

sabato 17 marzo 2012

Carmen - La mia vicina di casa

La mattina ogni tanto mi capita di stare fino a tardi a casa. Per finire qualche lavoro al computer, per fare un po’ di spesa. Molte volte invece mi capita di starmene solo e di sentire le voci delle persone che vanno al lavoro e che corrono veloci a fianco al mio portone. Tra tutte queste voci, quella che mi ha sempre fatto attizzare veramente è quella di Carmen.
E’ la mia vicina di casa e abita sopra al mio appartamento. E’ una donna non più giovane, sarà sui quarantacinque. Ha un marito che lavora all’estero, mi pare in Arabia, o da quelle parti, che torna a casa ogni tanto, credo ogni tre o sei mesi. Me ne accorgo quando torna perché la notte del suo ritorno dalla camera da letto di Carmen si sentono delle belle urla. Confesso che da un po’ avevo iniziato a invidiare il marito di Carmen.
Ogni tre mesi è comunque un po’ poco per una donna come quella. Un metro e settanta, due tette di tutto rispetto e un culo, signori miei, che grida vendetta. Dovevo decidere quando sarebbe potuto succedere. Il marito era andato via da un paio di settimane e decisi che il momento per agire era arrivato.
Lei faceva i turni in fabbrica e aveva una figlia che all’epoca andava alla scuola media. Così spesso la mattina accompagnava la figlia e poi la sentivo rientrare. Ci conoscevamo un po’. Qualche riunione di condominio, qualche battuta. L’ultima volta che l’avevo incontrata l’avevo trovata in vena di chiacchiere e di confidenze. Infatti, mentre si parlava del più e del meno, lei si interruppe e mi buttò lì questa frase:
 - Certo che vita solitaria che ci tocca fare. Senza nessuno con cui parlare la sera, televisione e poi a letto da soli. Senza un po’ di calore umano.

 Dicendo così, fece il gesto di abbracciarsi, guardando nel vuoto, con un bel sospiro alla fine.

 - Effettivamente, da quando sono separato, anche io soffro parecchio questa cosa. Prima tornavo la sera a casa e c’erano mia moglie e i ragazzi, era tutta un’altra cosa. Adesso, se mi va bene, vedo il culo di Valeria Marini o di Raffaella Fico all’Isola dei Famosi!

 Scoppiò a ridere. La voce profonda e sensuale già mi sbatteva su e giù l’ormone. Ma la risata era qualcosa di sconvolgente.

 - Ah, vedo che anche tu soffri di solitudine. Ti vedo qualche volta uscire la mattina tardi da solo e questa cosa me la sono sempre chiesta. Chissà se è fidanzato, se vede qualcuno.
 - Magari. Sono solo come un cane. Da sei mesi, ormai – dissi sconsolato.
- Ma come! Un bell’uomo come te!
- Sai, non è semplice trovare la donna che ti piace. Poi magari cerchi, cerchi e la trovi più vicino di quanto pensi.
 Pausa. Quella frasetta detta in quel modo, senza distogliere lo sguardo dai suoi occhi nerissimi, aveva detto tanto, tantissimo.
 - Già. Magari basta poco. Guardarsi un po’ intorno. Magari una persona che si conosce, che non penseresti mai… la vita è strana.

 Quella conversazione fu la svolta nel nostro rapporto. Dopo un paio di giorni, venne a casa mia, con la scusa di leggere una cosa del condominio. Io le preparai un caffè e passammo una bella oretta a chiacchierare di storie d’amore passate e di sogni per il futuro.

Era inutile fare finta di nulla, tra di noi stava nascendo qualcosa in più di un semplice rapporto di buon vicinato. Bisognava solo trovare il modo per portare a meta a questione. E non era semplice.

Il caso volle che la settimana dopo, la figlia di Carmen andasse in gita con la scuola, tre giorni. E fu proprio lei a dirmelo, con un messaggino.

 - Marco, la settimana prossima sei a cena da me. Chiara va in gita tre giorni e sto da sola. Ti piace il pesce? Accidenti. Le cose vanno veloci. Gli risposi di sì, per me non c’era alcun problema.

 Mercoledì sera. Torno a casa un po’ prima, passo a prendere un po’ di fiori e mi metto un po’ in tiro. Mentre salgo incrocio la signora Terminati, il servizio informazioni del condominio. Eh già. E se poi lo scopre il marito? A questa cosa sinceramente non avevo pensato.

- Buonasera Carmen! – le dissi porgendole i fiori.
- Grazie! – fece lei, portandoseli in grembo – quanto tempo è che non mi regalano dei fiori. Mamma mia che belli!
- Non mi dire che tuo marito non ti regala mai dei fiori – dissi con un tono un po’ scherzoso
- Ma chi? Gianni? Ma figurati. Quello arriva, mi comanda a bacchetta e se ne va. Di uno così posso anche fare a meno!
- Ah non andate d’accordo? A giudicare da quello che si sente la notte quando c’è lui, non si direbbe! – la considerazione era d’obbligo e la feci.
- Vabbè, purtroppo io ho solo un uomo che torna a casa ogni sei mesi e quando torna almeno che faccia il suo dovere coniugale. Che ultimamente ormai non è neanche tanto in grado di portare a termine.

 Allora, in trenta secondi avevo capito che 1) Lei non andava molto d’accordo con il marito, per non dire per niente; 2) Ha solo un uomo, purtroppo. Il che fa pensare che è un po’ poco. D’altronde sono stato invitato a cena da lei, da soli; 3) Che il marito non è più molto interessato a lei e nonostante questo lei urla come un’assatanata quando fanno l’amore. 4) che cosa altro mi sarebbe servito per provarci? Un invito in carta bollata?

 Tutto perfetto. Spaghetti allo scoglio, un po’ di frittura (cotta a puntino, ma come fa?) e soprattutto un pesce al forno in crosta di patate. Per chiudere il tutto, una bella torta al cioccolato, piccola ma buonissima. Che cuoca. E che donna! Per l’occasione aveva messo una bella camicetta scura, ben aperta sul davanti, una gonna lucida e un paio di calze nere molto sexy. Niente tacco, ma stiamo in casa, andava bene anche così.
 La prima bottiglia di Maria Costanza (perfino il vino, insuperabile!) scorre via rapidamente e i tredici gradi e mezzo si fanno sentire presto. Dopo aver giocato un bel po’ sull’argomento sesso, l’atmosfera si è fatta veramente bollente. Lei non mi stacca gli occhi di dosso e si passa continuamente la mano nei capelli. Io non riesco a far uscire il mio sguardo dalla sua scollatura.
 - Ma tuo marito non dice niente che inviti degli amici a cena quando sei da sola?
- Ma non pensare a lui, lui non c’è. E quando c’è non mi interessa niente di lui – così dicendo, allungò la mano sinistra e prese la mia mano, dolcemente. Io portai la sua mano alla bocca ed iniziai a baciarla sul palmo e poi piano piano sul dorso. Per tutta risposta lei si alzò e si sedette in braccio a me. Iniziammo a baciarci dolcemente.

E fu così che dopo pochi minuti prima la mia camicia e poi la sua sparirono dalla scena. Poi toccò ai miei pantaloni. Rimasi in piedi, con gli slip e il mio coso che bussava per uscire. Lei molto rapidamente, mi tolse tutto e cominciò un dialogo stretto con il mio amico. Ad entrambi la conversazione piaceva molto.

Lei era veramente molto brava e questa cosa durò fino a che mi fece venire nella sua bocca. Lei si pulì velocemente. Io, imbarazzatissimo, iniziai a riprendere i miei vestiti.

- Ma che fai, te ne vai? La notte è lunga – mi fece fermandomi la mano. Mi baciò profondamente e riprese in mano la questione. Che in breve si fece nuovamente interessante. Ci accomodammo in camera da letto e lei si liberò della gonna, mettendo in mostra quello per cui ero arrivato fino lì.

Un culo bello, sodo e grande, appena incorniciato con un minuscolo perizoma.

La feci mettere in ginocchio sul letto, di spalle. Con le gambe allargate, in modo che tutto quello che serviva si vedesse veramente bene.

 - Una foto per la stampa? – mentre lo dicevo scattai col cellulare.

- Ma che fai? – mi disse lei, un po’ sorpresa.
- Niente, è una cosa mia. Tengo tutte le foto delle donne con cui ho avuto esperienze. Un po’ di sano voyeurismo.
- Contento tu – la cosa non la interessava più di tanto – ma quando vieni qui da me?

Non finì neanche la frase che le fui dietro. L’abbracciai palpando il seno e lei ebbe un sussulto. Iniziai a baciarla sul collo. Era eccitata in un modo incredibile, voleva assolutamente che la penetrassi.
Un attimo signora. La notte è lunga.

Scesi piano piano sulla schiena con le labbra. Poi iniziai a leccarla sotto il perizoma. Lei gemeva e sospirava come una neonata. Quando le tolsi il perizoma era completamente bagnata e pronta. La rimisi in posizione e la penetrai.

Lei fece un urlo, poi prese il cuscino e se lo portò alla bocca. Va bene che il marito non contava nulla, ma un minimo di apparenza andava comunque mantenuta.

Presi quella meraviglia con le mani ed iniziai a pompare. Le sue urla soffocate erano come delle scariche elettriche di piacere.
Quando arrivammo, assieme, ci sdraiammo uno a fianco all’altra. Ma lei dopo poco ricominciò a giocare con il mio attrezzo e lentamente ricominciammo.
Andammo avanti senza sosta, per tre ore. Venni quattro volte. Il giorno qualcuno suonò alla mia porta e io mi resi conto mentre andavo ad aprire che mi tremavano le gambe.

Carmen mi chiese se avevo programmi per la cena. Io le dissi che era invitata a casa mia.
Feci una bella colazione: prosciutto, uova, frutta e yogurt. Mi aspettava una giornata impegnativa, per non parlare della serata!

 

mercoledì 14 marzo 2012

Aida 3 - Ma che capelli ti sei fatta?

- Ti piace?
Sono un po’ interdetto. Non me lo aspettavo.

- Non ti piace?
Il tuo sorriso è un po’ spento, hai visto lo stupore sul mio viso. Capirai. Io adoro le donne con i capelli lunghi. E tu te li sei tagliati corti. Ma veramente corti! Ok, devo farti comunque un complimento.

- No, non è che non mi piaci, è che non me lo aspettavo.

Meno male, la tua tensione si scioglie in un sorriso. La mia Aida Yespica ha i capelli corti ma è sempre la mia Aida.

- Vieni Marco. Il tuo caffè è quasi pronto.

Un mese. Da un mese stiamo assieme, io e Aida. Non mi basta mai. Come i veri innamorati, ci vediamo ogni giorno. Se riusciamo a vederci la mattina, facciamo anche l’amore. Sempre e intensamente. Una donna appassionata e felice, ecco quello che sei diventata.
Il caffè è buonissimo e caldo, come te. Ormai hai capito anche che sono un appassionato di foto, per cui ti metti davanti lo specchio in posa e aspetti i miei scatti. Non sono un fotografo professionista, sono semplicemente un collezionista di foto. Di bei culi, in particolare.

- Siediti qui, Marco

Ci sediamo sul bordo del letto. Ormai i nostri corpi si attraggono automaticamente, senza possibilità di scampo. Il mio cuore batte sempre all’impazzata. La tua bocca mi fa impazzire, potrei anche baciarti senza fare altro e saprei quale può essere uno scopo per vivere. Ti tolgo il reggiseno e comincio a baciare i tuoi seni, a partire da sotto, piano piano.
Tu ti stendi sul letto e ti levi il perizoma. L’odore del tuo sesso arriva fortissimo e mi fa girare la testa. Scendo con la lingua e comincio a solleticare il tuo boschetto ben curato, poi scendo ancora, fino alla porta proibita del piacere. Non so che fare. Vorrei vedere se mi fai fare un giretto anche dall’altra parte.
Intanto continuo a solleticarti e a leccarti sopra e sotto. Mi sdraio e tu mi sei sopra e mi restituisci il favore. Poi cominci a strofinare il tuo seno di marmo sul mio sesso. 

- Ora facciamo una cosa che mi piace tanto!

Mentre mi dici questo, ti giri di spalle, ti metti a cavallo del mio viso e mi offri la tua micetta, mentre prendi a lavorare anche tu di bocca con il mio sesso. Dopo poco la nostra passione colmina contemporaneamente. Ma tu non hai nessuna voglia di smettere. Ricominci a stimolarmi e in un paio di minuti sono di nuovo pronto. E tu ti trasferisci con il bacino dalle parti del mio pene. Mi dai le spalle e vedo benissimo il tuo sedere aprirsi e strofinarsi. Poi in un attimo te lo infili dentro e inizi lentamente a cavalcare. Sento i muscoli della tua vagina che stringono a morte il mio povero attrezzo. Sempre più velocememente. Le tue urla soffocate aumentano fino a quando tu hai un altro orgasmo.

- Ti piace usare il buco di dietro? A me sì!!

Oggi è la giornata delle sorprese. Una volta mi è già capitato con una ragazza di farlo ma non è stato granchè bello. A lei ha fatto tanto male e io mi sono ritratto. Però vorrei provare anche questo con te!

- Mi piace tantissimo – rispondo – ma serve un po’ di lubrificante.
- Sono fornitissima! Mentre dici così ti alzi e apri il cassetto del comodino e tiri fuori l’olio per i bambini,
veramente ottimo per tutto, anche per questo.

Detto, fatto. Me ne butti un bel po’ sul pene e lo spargi bene bene. Poi ne metti un bel po’ sul tuo secondo buco e riprendi la posizione di prima, posizionando il missile sul nuovo obiettivo. Poi lentamente inizi a penetrarti. L’olio fa bene il suo lavoro e in una manciata di secondi è prigioniero fino in fondo del tuo nuovo rifugio. All’inizio non fai un fiato, ma poi inizi a cavalcare anche da quella posizione, alzando e abbassando le natiche davanti i miei occhi. Se esiste il paradiso, deve essere una cosa come questa, accidenti!

Dopo poco sei stanchissima e cambiamo posizione, ti metti in ginocchio davanti a me e io ricomincio da dove eravamo rimasti. Piano piano le tue urla si fanno più convinte e meno soffocate. D’altronde a quest’ora tutti i vicini lavorano e non vedo il motivo di frenarsi. Fino a che un mio urlo mette fine a quella fantastica cavalcata. E’ ora di un altro caffè, Aida.

lunedì 12 marzo 2012

Aida 2 - Una domenica al parco

Domenica mattina. Ma che giornata fantastica.
Barba, doccia ed eccomi qua. Sportivo ma non troppo, prendo la macchina e arrivo sotto casa tua. Abiti in un quartiere nuovo, un po’ fuori città. Non pensavo di fare tardi, ma me la sono presa un po’ comoda ed eccomi qua con dieci minuti di ritardo. Al primo appuntamento non va per niente bene.
Suono e tu mi apri in tuta. Non sei truccata, ma a me basta il tuo sorriso per capire che sei perfettamente a tuo agio.

- Marco, siediti che accendo il caffè e intanto finisco di preparare Andrea.

Meno male, il mio ritardo è passato inosservato. Qualche volta ho trovato donne che mi aspettavano in piedi, braccia conserte. Come a farmi capire, stronzo, sei in ritardo, cominciamo male. Sono contento che con te non ci siano problemi.
Aspetto disciplinatamente e bevo il mio caffè. Improvvisamente apparite tutti e due dal corridoio, tuo figlio e te.

- Ciao bello. Come ti chiami? Io mi chiamo Marco.

Tuo avrà otto anni e ha un bel ciuffo biondo sbarazzino. Non ha preso i tuoi colori, che sono molto mediterranei. Poi è molto diffidente e non lo nasconde per niente.

- Ciao. Chi sei?
- Sono un amico di mamma. Tu ti chiami Andrea, non è vero?
- Sì – dice lui guardandomi fisso le scarpe.
- Andiamo? Oggi ti porto vicino al mare, in pineta. C’è un parco bellissimo e possiamo anche giocare a pallone.
- Ma io non ho il pallone – mi fa lui, con tono di rimprovero.
- Non ti preoccupare, ce lo ho io! – faccio io, trionfante.

Un sorriso, finalmente. Poi alzo gli occhi e vedo te. Quando ridi sembri proprio Aida Yespica. Mi fai veramente impazzire!
Scendiamo e apro il bagagliaio. Prendo il pallone e lo consegno a Andrea.

- Tieni questo è tuo!
- Che bello mamma! E’ dell’Inter!!
- Hai visto che bravo Marco? Ha indovinato la tua squadra! Ti piace il pallone nuovo?

Nuovo. Dillo ancora. Fammi sentire quella “u” che mi manda fuori di testa!
Ok. Famigliola a bordo e si parte. Arriviamo in una mezzoretta e troviamo anche un bel posto. Meno male che tu, da brava donna di famiglia, hai organizzato tutto il pranzo, con tutto quello che serve. Panini, frutta, acqua e anche una crostata. E il plaid a quadri neri e azzurri, ovviamente!
Andrea gioca bene e ci divertiamo come dei pazzi, poi troviamo un’altra famiglia con tre ragazzini più o meno della sua età e riesco ad impegnarlo in una partitella con loro.
Così mi posso finalmente dedicare un po’ a te.

- Sei bravo con i bambini – esclami appena arrivo a sedermi vicino a te.
- Mi fanno impazzire, passerei delle ore con loro! – dico asciugandomi il sudore.

Tu non dici niente, ma pieghi leggermente la testa verso destra e mi guardi fisso negli occhi, sorridendo. Non so se ti piaccio quanto mi piaci tu, ma secondo me tanto schifo non ti faccio.

- Mi chiede sempre dove è il padre, ma io non so cosa dirgli. Ora gli sto dicendo che è partito per un lungo viaggio. Ma poi?

Ma poi? Che ti dico? Certo non è semplice.

- Penso che dovresti dirgli la verità. E dare la possibilità al padre di vedere comunque il figlio, ogni tanto.
- Quello stronzo? Mai! Che restasse con quella puttana di Enrica! – mi dici infuocata.

Così vengo a scoprire che il tuo ex si è messo con la tua (ex) migliore amica. Bella combriccola di vipere, non c’è che dire! E ovviamente non vuoi vedere più nessuno dei due!
Mi ci vuole un bel po’ per farti capire che il rancore non serve a nulla. Soprattutto ad Andrea. E poi a te, che devi rifarti una nuova vita, anche affettiva.

- A quello ci sto già pensando – mi dici con un sorrisetto che è un assist.
- Seriamente? – chiedo io, ributtando la palla dall’altra parte della rete.
- Non lo so. Ci devo pensare ancora un po’ – e respingi il mio attacco.

Uno a zero per te. Non sei molto intraprendente, vuoi che faccia io la prima mossa. La prossima non te la faccio passare liscia.

Andiamo al chioschetto a pochi metri a prendere il caffè. Buonissimo, tra l’altro, me ne ricorderò la prossima volta.

- Che fai domani mattina? Lavori? – chiedo io, lanciando la mia esca.
- No, sto a casa, devo finire ancora di sistemare la roba del trasloco, dopo due mesi.
- Vuoi che venga a darti una mano?
- Ma no, non ti disturbare, faccio da sola.
- Dai, che in due facciamo prima. Ci vediamo verso le nove.

I cinque secondi di silenzio che seguono mi fanno gelare il sangue. Forse sono stato troppo categorico.

- Va bene, ci conto allora.

Vorrei urlare dalla gioia, ma devo mantenere un contegno. Posso rilassarmi, le cose stanno andando come non osavo sperare.

Lunedì mattina. Ore 8.58. Esco dalla macchina e arrivo davanti al tuo portone.

- Che puntualità! – mi apri vestita con una tuta aderente che fa vedere veramente tutto, compreso quel perizoma nero che grida vendetta
- Dove cominciamo? – faccio io, con aria indifferente
- Dalla cantina, dobbiamo portare su un po’ di cartoni
- Andiamo.

Cominciamo a portare su la roba da sistemare. Sembriamo una coppia di sposini appena tornati dal viaggio di nozze. In un ora abbiamo quasi sistemato tutto.

- Caffè?
- Caffè! – faccio io, con un gesto di approvazione

Ci sediamo sul divano e ammiriamo il nostro lavoro. La vetrina della sala è ben sistemata e piena.
Siamo molto vicini e la tua coscia sinistra struscia sulla mia gamba destra. Mi giro e tu guardi nel vuoto, pensierosa.

- Che c’è?
- Niente – fai tu, scostando i capelli dal viso – ho pensato a quello che mi hai detto e penso tu abbia ragione. Domani chiamo il mio avvocato e organizziamo per fare in modo che Andrea veda il padre
- Bravissima – faccio io, dandoti una carezza sul viso. Tu appoggi il tuo viso sulla mia mano, strofinando la guancia e chiudendo gli occhi.

Ci siamo. Io continuo ad accarezzarti e tu continui a strofinare e baciare la mia mano ed il mio braccio. Comincio a baciarti la guancia, il collo e poi vado a segno.
Il tuo bacio è bellissimo e profondo. Mi prendi la mano e me la porti sul tuo culo. Sapevi che era quella la parte che più mi interessava.
Dopo pochi minuti, stiamo improvvisamente scomodi. Ci trasferiamo in camera e sgombriamo rapidamente il letto dagli scatoloni rimasti. Finalmente.
Tu ti sdrai di spalle e io inizio piano piano a spogliarti, come un bimbo scarta il suo regalo di natale. Mammamia che fantastica visione. Scanso il perizoma e comincio a baciarti, sempre più a fondo. Ad ogni bacio tu fai un sussulto. Vorrei che questo momento non finisse mai.
Tiro via tutto e finisco di spogliarmi. Alzo il tuo bacino e ti allargo le gambe. Inizio a giocherellare con il tuo clitoride e continuo a leccarti in mezzo ai due mappamondi. Quando l’umidità è al punto giusto, ti penetro.
Metto le mani da dietro sul tuo seno durissimo. I capezzoli sembrano dei chiodi. Mi metto poi in ginocchio per ammirare quella meraviglia.
Poi inizio, prima piano. Poi, tra i tuoi sospiri sento un incitamento.
Una prima botta forte. Tu fai un urlo strozzato. Poi metti la bocca sul braccio, per evitare di farti sentire. E io continuo e continuo, fino all’esplosione.
Sto in paradiso. Continuiamo a baciarci da tutte le parti. Io ti convinco a fare qualche foto, per ricordo. E soprattutto per immortalare tanta bellezza.
Si è fatto tardi e Andrea esce da scuola. Devo togliere il disturbo.
Ma bisogna finire di mettere a posto. Ci vediamo domani mattina.
Alle nove. Precise!

2-Continua

sabato 10 marzo 2012

Aida 1 - Come ti ho conosciuto


Mi piace fare la spesa. Aprire tutti gli sportelli della cucina, vedere se c’è lo zucchero, l’olio, il sale e preparare la lista. Mi piace girare per le corsie del supermercato e gustarmi la varia umanità che frequenta il posto.
Preferisco andarci la mattina, vero le dieci. A quell’ora, le donne hanno accompagnato i figli a scuola, hanno preso il caffè con le amiche e passano da quelle parti per comprare quelle quattro cose che servono per il pranzo. E io sto lì.
Stamattina c’eri tu. Ti chiamerò Aida, Come Aida Yespica. Perché secondo me le assomigli tanto. Gli occhi un po’ a mandorla, i lunghi capelli lisci e il viso sottile. E, soprattutto, un paio di jeans un po’ laceri, sotto i quali tondeggiava una specie di mappamondo, che tu portavi a spasso su un paio di tacchi dodici con una disinvoltura degna della più smaliziata frequentatrice di passerelle.
E invece, per vedere di che pasta eri fatta, ti ho seguito fino al banco del pane, per sentire la tua voce.

-Tre ciabattine

Ma che bella voce. Profonda e armoniosa. Chissà di dove sei. Poi il ragazzo del pane ti chiede di provare quel nuovo tipo di pane con le noci.

-E’ nuovo?

Fantastica. Ti è uscita quella fantastica “u” arrotata, che mi fa impazzire. Sei napoletana. Io impazzisco per le donne napoletane. E a te non manca nulla. Sei bellissima, hai un gran bel culo, sei sensuale e napoletana. Potrei anche morire, per una donna così. Non subito, però.
Ho deciso che ti devo conoscere. E a giudicare da come ti guardano tutti gli uomini, non sono il solo. Ci sono anche molte altre donne che ti guardano. Ma secondo me, non provano la stessa cosa per te. O forse sì. Sei talmente bella che è impossibile non ammirarti.

Quasi inebetito, seguo il tuo panettone a distanza, spingendo il mio carrello ancora vuoto. Imbocchi la corsia dei detersivi e ti fermi davanti agli ammorbidenti. Poi allunghi il braccio fino all’ultimo piano.
I tacchi sono belli per chi guarda. Ma per chi li porta richiedono molta attenzione, a tutti i movimenti. E così succede che il peso della bottiglia di ammorbidente ti fa sbilanciare ed è come cadere dal primo piano.

-Tutto a posto?
In un attimo ho lasciato il carrello e sono piombato dalle tue parti. Ti ho messo le mani sotto le ascelle e ti sorreggo, mentre tu cerchi di capire cosa è successo. Guardo dietro la tua nuca e intravedo una piccola corona tatuata, sotto il collo.
-Sì. Credo di si.
Riesco a tirarti su. A fatica mi libero di un paio di aiutanti volontari che hanno avuto la mia stessa idea. Mi dispiace, questa l’ho vista prima io. Girare al largo.
Così cominciamo a parlare del più e del meno. E vengo a scoprire un paio di cose interessanti. Ti sei appena trasferita in città e, cosa più importante, sei separata.
Bene. Molto bene.
Decido di fare subito un passo concreto. Per due validi motivi.
Prima di tutto, se non lo faccio ora, chissà quando ti becco più. Mica la fortuna passa due volte nello stesso posto. E fino ad ora ho fatto tutto bene.
Poi, se già mi hai detto che sei separata, nonostante tu mi conosca da poco più di venti minuti, mi dà parecchio da pensare.
Chiedo ancora se è tutto a posto. Zoppichi vistosamente e mi dici che va tutto bene. Decido di abbandonare il mio carrello al suo destino e mi offro, come un cavaliere della tavola rotonda, di aiutarti con la spesa.
Tu abbozzi, come da copione, un minimo di resistenza. Brava Aida. Sei prevedibile, ma proprio per questo bisogna aspettarsi la sorpresa.
Arrivo vicino alla macchina e da bravo sistemo quel po’ di spesa nel bagagliaio. Una macchina piccola ma attrezzata per ospitare un bimbo piccolo, massimo quattro anni.
Beh. Inutile dire che non me lo aspettavo. Ma è un ostacolo facilmente aggirabile. Anzi.
Colgo la palla al balzo e ti chiedo del bimbo. Tu ti illumini del tuo sorriso che ormai ho imparato a conoscere.
Ho la strada spianata. Mi offro di accompagnarti domenica in un parco giochi, in modo da passare una bella giornata assieme, come una bella famigliola. E tu accetti con entusiasmo.
Una grande giornata, grandissima direi. Ho il tuo numero in rubrica e non vedo l’ora che venga domenica.


1-Continua


sabato 3 gennaio 2009

Margherita



Non li porto mai, gli spicci. Ma per venire da te, passavo almeno dieci minuti a scegliere accuratamente un paio di monete da uno, un paio da due, e così via. Un mucchietto di ferro che facevo scivolare in tasca tra le dita, durante la fila. Eh sì. La fila. Perché per venire da te si fa la fila, Margherita.
Io non vedevo l’ora di avere una bolletta da pagare, o dei soldi da prelevare, per mettermi disciplinatamente in coda e chiacchierare del tempo con quella donna che si lamentava dei dolori, o parlare del governo con quell’altro signore. Non mi importava aspettare. Il primo tuffo al cuore quando uscivo dalla curva e vedevo le impiegate allo sportello.
I capelli biondi, a caschetto. Gli occhiali leggeri, con la montatura rosa. Secondo me, già sospettavi qualcosa, se nel tempo che la fila si accorciava tra me e te, tu trovavi il tempo per essere gentile e sorridente con ogni cliente e mi lanciavi occhiate, rispondendo alle mie.
Quante volte ho ripetuto questa recita? Non lo so. Ogni volta la nostra conversazione si esauriva in poche battute.
- Ha dieci centesimi?
- Ora vedo. Ecco qua.
- Grazie. Molto gentile.
- Ma le pare.
- Buongiorno.
- Arrivederci.
Ogni volta che uscivo dall’ufficio postale sentivo il tuo sguardo sulla mia nuca, che mi chiedeva il motivo per cui non ti avevo fatto capire se la tua sensazione era vera, oppure no.
Ma io dovevo sciogliere un dubbio, prima di fare qualsiasi mossa.
E un giorno, mentre guardavo estasiato le tue mani curate e coperte da anelli appariscenti volare veloci sulla tastiera, ti ha chamato il direttore.
- Mi scusi un attimo – mi hai detto sorridendo.
- Nessun problema – ho risposto.
Ecco. Ora.
Una mossa atletica e sei scesa dalla sedia. Girati. Girati, ti prego.
E ho visto il tuo cucciolo, mentre con la mano delicatamente tiravi su i jeans, andando a coprire l’elastico del perizoma.
Penso di non aver respirato fino al tuo ritorno, dopo qualche minuto.
- Eccomi qua. Centoventicinque e trentasei. Ha trentasei centesimi?
- Ora vedo. Ecco qua.
Ho tirato fuori dalla tasca sinistra i trentasei centesimi e da quella destra il bigliettino che tenevo pronto da mesi. Ti ho passato gli spicci e poi, dopo qualche secondo, il foglietto a quadretti ripiegato.
Hai preso gli spicci e hai guardato il biglietto. L’hai aperto velocemente e lo hai richiuso nel palmo della mano.
- Grazie. Molto gentile.
- Ma le pare.
- Buongiorno.
- Arrivederci.
Tutto come sempre. Mi sarò sbagliato, ho pensato. Ma vuoi che una donna così, con quel mondo dietro abbia bisogno di essere rimorchiata allo sportello?
Invece, dopo qualche giorno, da un numero sconosciuto, mi è arrivato un messaggio che faceva così:
- Ciao. Sono Margherita e sono sposata. Sarà meglio che mi lasci stare.

Gli ho riposto al volo la prima cosa che mi è passata per la mente.

- Ciao. Sono Guido e sono sposato anche io. Credo anche io che sia meglio che ti lasci stare.

E così abbiamo iniziato a scambiarci messaggi, per settimane. Ogni messaggio più o meno parlava sempre del fatto che avremmo dovuto farla finita. Io ti rispondevo sempre subito, tu ci mettevi anche una settimana. E io aspettavo. Fremevo, ma non ti ho mai mandato un messaggio prima di una tua risposta. Poi un giorno ti ho scritto:

- Ma un pomeriggio libero, per vederci, ce l’hai?

Dieci minuti.

- Venerdì pomeriggio, dopo le tre.

Mi avevi detto che avevi una macchina rossa, che dava troppo nell’occhio. Così ti sei fatta prestare la macchina da tuo marito, una grande macchina grigia.
Ti ho aspettato per mezz’ora. Il tempo limite. Mi era già capitato che altre donne mi dessero buca, molte volte. Mi sono dovuto dare un tempo limite. E trenta minuti di ritardo si possono concedere. Anche se poi alla fine aspettavo almeno tre quarti d’ora, fino ad un ora oltre non ho mai aspettato.
Avevo anche un po’ sonno e mi sono assopito, ascoltando Miles Davis.
Poi ti ho visto bussare al vetro e ti ho aperto.

- Ciao Margherita.
- Ciao.

Ci siamo stretti la mano e ci siamo dati un bacio sulla guancia, come fanno i parenti. Ho messo in moto e mi sono diretto da qualche parte, non ricordo dove. Abbiamo cominciato a parlare del più e del meno, delle nostre famiglie, del lavoro. Dopo quasi un’ora ho fermato la macchina in un piazzale.

- Perché ti sei fermato? – mi hai chiesto con tono minaccioso.
- Scommetto che qualche idea in proposito ce l’hai – ho riposto.
- Ma che ti sei messo in testa? Riportami alla macchina!
- Senti, se sei arrivata a questo punto, penso che almeno un bacio me lo devi.

Mi hai guardato in silenzio, quel silenzio che sa di resa. Hai solo abbozzato un minimo tentativo di resistenza, giusto per salvare le apparenze, come insegnano le mamme.

- Va bene. Solo un bacio, però.

E come insegnano le mamme, non mettere la paglia accanto al fuoco, se non vuoi che scoppi un incendio. Il bacio si è presto tramutato in uno sbottonare di camicette e di jeans, in uno sdraiare di sedili. Mi sono staccato a fatica dalla tua bocca, per cominciare ad esplorare i tuoi seni ed i tuoi
fianchi.

- Girati. Ti prego.

E tu mi hai voltato le spalle, docilmente. E così l’ho visto.
Il tuo cucciolo, fasciato con una mutandina di pizzo nero. Ho preso tra pollice ed indice i tuoi fianchi e ti ho messa in ginocchio. Poi ho tolto la mascherina al cucciolo.
Lo ho misurato per qualche secondo con le mani. Una bella quarantaquattro, non abbondante. La pelle liscia. Ti ho dato un pizzicotto, per saggiare il tono muscolare.

- Ahi! Mi fai male!

Bene. I soldi per la palestra sono ben spesi, ho pensato.
Senza attendere oltre, ho affondato il viso in quella meraviglia, e tu hai singhiozzato dal piacere. La mia lingua ha indugiato a lungo, tra le due porte del paradiso.

Ad ogni affondo, un sospiro soffocato. Avrei continuato per tutta la vita ad assaporare il mosto di quella vite selvatica. Invece tu mi hai rimesso sui binari.

- Basta. Basta. Prendimi. Così, da dietro.

Pazienza. Mi sono tolto quel poco che rimaneva e mi sono messo in ginocchio dietro al cucciolo. Ho preso la tua collana colorata da dietro e ti ho tirata verso di me. Ed i tuoi singhiozzi si sono mischiati con le mie urla, mentre io ti cavalcavo a pelo, briglia in mano.
Alla fine sono rimasto con le mani e la bocca sul tuo cucciolo, mordendolo, baciandolo, schiaffeggiandolo.
Mentre facevamo ritorno, hai pianto. In silenzio, cercando di non farmi capire quanto ti sentissi colpevole per quello che avevi fatto.
Non ti ho vista più, all’ufficio postale. Ai messaggi neanche rispondi più.
Chissà cosa farai in questo momento. Forse stai chiacchierando con tuo marito, forse stai cucinando. Chissà dove sarà riposto il tuo cucciolo, su quale delicato cuscino sta facendo dondolare la tua burrosa figura.